Gli ultimi Mac mini M4 li avevo trovati pazzeschi, macchine eccezionali che offrivano potenza da vendere a un prezzo che permetteva l’acquisto quasi a cuor leggero. Oggi mi trovo sulla scrivania il nuovo Mac mini M6, il primo computer di casa Apple a ricevere in dote un processore con architettura a 2 nanometri. Il chip M6 che batte sotto questa scocca è infatti una diretta derivazione del SoC A20 Pro che già equipaggia i nuovi iPhone 18 Pro e Pro Max. Se le novità sotto il cofano sono radicali, all’esterno il computer rimane esattamente quello che conosciamo. E il rapporto qualità prezzo adesso che il prezzo è salito insieme alle prestazioni, da che parte pende?
Design collaudato e connettività aggiornata
Ritroviamo la bellissima e compatta scocca in alluminio, in parte riciclato, e il medesimo validissimo sistema di dissipazione termica. Purtroppo, Apple ha deciso di mantenere il malefico pulsante di accensione sul fondo. È vero che per ovviare a questo problema la community ha sviluppato decine di accessori da stampare in 3D per remotizzare l’interruttore, ed è altrettanto vero che un desktop del genere spesso si lascia comodamente in standby h24, ma la posizione scelta rimane ingiustificabile.
Il comparto connettività vede invece aggiornamenti solidi. La porta di rete passa di base a 2.5 Gigabit (con l’opzione per la 10 Gigabit), affiancata dall’uscita HDMI e da tre porte Thunderbolt 4. Per chi sceglierà la variante con chip M5 Pro, ci saranno a disposizione le Thunderbolt 5 per gestire display con risoluzioni ancora maggiori, ma già su questa configurazione M6 è possibile pilotare tranquillamente tre monitor in 4K a 60Hz. Completano il quadro posteriore i nuovi standard Bluetooth 6 e Wi-Fi 7. Sul frontale si confermano utilissime le due porte USB-C da 10 Gigabit di banda e il jack per le cuffie.
I prezzi: perché serve un ragionamento diverso
Il cambiamento più importante di questa generazione riguarda il portafogli. Saltata a piè pari la generazione M5, il prezzo d’ingresso del Mac mini passa dai 729 euro dell’M4 agli attuali 1.079 euro per l’M6 base. Con questo salto di prezzo, il Mac mini smette di essere il muletto da comprare solo per fare un server di backup domestico o da tenere sempre acceso “perché non si sa mai”, e diventa una macchina che richiede un’analisi attenta delle proprie esigenze.
La dotazione base parte da 16 GB di memoria unificata e 256 GB di storage. Il modello che sto provando io monta 24 GB di RAM (un sovrapprezzo di 220 euro) e mantiene il disco base. Se volete far girare anche solo dei piccoli modelli di intelligenza artificiale in locale, 16 GB iniziano a starvi stretti. Passare a 32 GB fa lievitare il prezzo di 440 euro rispetto alla base. Sul fronte dello storage, l’upgrade a 512 GB costa altri 220 euro, ma su questo si può sorvolare: collegando un disco esterno veloce a una delle porte Thunderbolt potrete espandere la memoria senza colli di bottiglia percepibili. La RAM, al contrario, è condivisa tra CPU e GPU e non è espandibile, quindi la scelta in fase d’acquisto è definitiva.
Prestazioni, benchmark e consumi impressionanti
Per avere un riferimento numerico ho fatto girare Geekbench, ottenendo punteggi decisamente alti: 3.336 in single-core e 17.785 in multi-core. Ma per stressare davvero la macchina uso il mio metodo di riferimento, ovvero Premiere Pro. Ho aperto un progetto non leggerissimo ma ormai quotidiano, con due tracce video in 4K a 60fps arricchite da color correction. Il Mac mini M6 lo ha gestito benissimo. Monitorando i parametri, ho rilevato un’occupazione della GPU al 70%, della CPU al 42% e della RAM intorno al 63%.
Il dato che sorprende di più è l’efficienza. Mentre Premiere elaborava i file e Geekbench simulava carichi di lavoro reali (modifica PDF, fotoritocco, navigazione web), il consumo energetico si attestava su appena 20 Watt, con picchi massimi di 30 Watt. È il grande vantaggio dei processori Apple Silicon: fanno tante cose contemporaneamente, le fanno bene e assorbono una miseria. Tutto questo si traduce in un computer appena tiepido al tatto e con una ventola totalmente inudibile. In fase di esportazione video, l’M6 ha completato il lavoro in 13 minuti, contro gli 11 minuti e 30 secondi del mio MacBook Pro con M4 Max. Facendo le dovute proporzioni, c’è un incremento di prestazioni di circa il 30% rispetto al vecchio M4 e di circa il 20% rispetto alla generazione M5.
Lo stress test estremo
Ho voluto spingere il chip a 2nm fino al punto di rottura, aprendo un vecchio file di test che avevo utilizzato per mettere alla frusta il Mac Studio. È un progetto su Premiere che passa dalla gestione di un solo file 4K RAW a due, fino a gestire in scioltezza quattro file 4K RAW con color correction sovrapposti. Fin qui, il Mac mini ha retto l’urto.
Quando però mi sono spostato sulla parte della timeline satura di file 8K RAW impilati, il sistema è andato in crisi. Probabilmente il processore avrebbe avuto ancora margine, ma la RAM si è saturata raggiungendo picchi del 95%, facendo comparire la famigerata rotella arcobaleno. Sotto questo sforzo brutale, con la GPU al 100% e la CPU al 50%, il consumo non ha mai superato i 45-50 Watt. Solo in questa situazione estrema, avvicinandomi a 20 centimetri dalla scocca, ho iniziato a percepire il rumore della ventola. Nonostante il computer fosse sotto scacco e non calasse le prestazioni (dimostrando l’assenza totale di thermal throttling), il sistema operativo è riuscito a gestire l’apertura di Safari e la riproduzione fluida di un video su YouTube in background.
Se vi serve potenza bruta per compiti super gravosi continui, sul sito Apple è possibile configurare il Mac mini con il chip M5 Pro (20 core di GPU, 64 GB di RAM) per circa 3.349 euro. Si tratta ovviamente di un’altra categoria di spesa e di prodotto. Questo Mac mini M6 rimane un computer formidabile, silenziosissimo, incredibilmente piccolo e che non consuma niente. Se l’M4 andava acquistato a occhi chiusi per il suo imbattibile rapporto prezzo/prestazioni, su questo M6 è necessario bilanciare bene la sp spesa sulla base dei carichi di lavoro reali e della RAM effettivamente necessaria. Rimane un desktop eccezionale, a patto di cucirselo addosso con attenzione.