Sono le 4:56 del mattino quando scatta l’ora X di una nuova trasferta. Il setup è quello dei grandi viaggi: zaino in spalla, zero bagagli in stiva e la voglia di portarvi dietro le quinte di una conferenza stampa dall’altra parte del mondo. Lo scopo primario di questa avventura californiana è scoprire da vicino le ultime novità di mercato, testando contemporaneamente le doti video del nuovo Xiaomi 17, fedele compagno di riprese per l’occasione.
Dopo 15 ore di volo, l’arrivo a San Francisco è all’insegna della pura strategia. Viaggiare leggeri e scattare in prima linea verso il controllo passaporti è l’unico modo per evitare le canoniche due ore di coda. E davanti alla classica domanda della sicurezza aeroportuale sul perché di una permanenza di soli tre giorni, la risposta è semplice: i ritmi del tech non concedono pause turistiche. Si atterra, si lavora, si riparte.
Il trucco definitivo per sconfiggere il jet lag in 48 ore
Affrontare nove ore di fuso orario per una permanenza di sole due notti richiede una tattica drastica: mantenere il fuso orario italiano. Alle 15:24 di San Francisco, quando in Italia è da poco passata la mezzanotte, è già ora di mettersi a letto. Non c’è tempo per l’acclimatamento o per recuperare le energie al rientro; al ritorno a Milano si ricomincia subito a produrre.
Questo fuso orario sfalsato regala però dei vantaggi creativi inaspettati. Svegliarsi all’una e mezza di notte locale permette di allenarsi nel silenzio più totale e di sfruttare le prime luci dell’alba per creare contenuti in una città ancora deserta. E così, tra una colazione-pranzo mattutina improvvisata e un microclima della baia che alterna freddo a un caldo improvviso, location iconiche come Lombard Street (la strada più pendente e tortuosa del mondo) e il Pier 39 diventano i set perfetti per testare lo zoom e le focali dello Xiaomi 17.
Chi finanzia le trasferte e il segreto dei pre-briefing
Una delle domande più frequenti tra chi segue questo mondo è: chi paga per voli, hotel e spostamenti, tra un Waymo a guida autonoma e l’altro? La risposta è trasparente: si tratta di un accordo win-win con i brand. Aziende come Samsung, Honor o Google invitano decine di giornalisti e creator per massimizzare la copertura mediatica dell’evento tramite articoli e video.
Ma il vero segreto che permette a noi recensori di uscire con i contenuti esattamente al minuto di scadenza dell’embargo è il pre-briefing. Il giorno prima della presentazione ufficiale, abbiamo accesso esclusivo a stanze a porte chiuse dove possiamo toccare con mano le novità, scoprire i nuovi accessori, testare l’intelligenza artificiale e registrare i nostri video. Alcuni brand arrivano persino a fornirci i dispositivi con qualche giorno di anticipo per permetterci di preparare recensioni approfondite.
L’unica grande eccezione in questo panorama è Apple. A Cupertino non ci sono pre-briefing: finita la presentazione, scatta letteralmente una corsa sfrenata verso l’area hands-on per accaparrarsi i telefoni e registrare le anteprime. È una dimostrazione di forza e di enorme potere comunicativo, anche se, nell’era dei leak che svelano ogni dettaglio mesi prima, un po’ della magia e dell’effetto sorpresa di un tempo è inevitabilmente andata persa.
L’evoluzione di una stirpe: da Galaxy S2 al nuovo S26 Ultra
L’evento principale di questo viaggio è l’incontro ravvicinato con l’ultima generazione di punta di casa Samsung. Ma per capire il valore del nuovo modello, serve fare un salto indietro. Se il primo Galaxy S ha aperto le danze, è stato il Galaxy S2 a cambiare letteralmente la storia della serie e del panorama Android: compatto, velocissimo e con una fotocamera sorprendente.
Da lì, la storia della tecnologia è stata fatta di gradini e non sempre di salite costanti. C’è stato l’S4 (iconica la presentazione con Raffaella Carrà) che ha iniziato a spingere forte sulla vocazione da cameraphone, seguito dall’S5, ironicamente ribattezzato “il cerottone” per il suo design controverso. La vera maturità costruttiva è arrivata poi con la transizione dal metallo ai display curvi della serie S6 e S7.
Un altro salto epocale è avvenuto con la serie S20, che ha introdotto per la prima volta la nomenclatura Ultra, per poi arrivare all’S22, il modello che ha definitivamente fagocitato l’anima della serie Note integrando la S Pen. Oggi, con il Galaxy S26 Ultra, ci troviamo di fronte a un ulteriore gradino evolutivo. Se dal punto di vista del design i cambiamenti non stravolgono i canoni recenti, la vera novità hardware è l’integrazione del display privacy, una feature che potrebbe dettare un nuovo standard per la sicurezza visiva sui dispositivi mobili.
Ha ancora senso volare oltreoceano per uno smartphone?
Il viaggio si conclude nella comodità della lounge Polaris dell’aeroporto, pronti per le 16 ore di volo verso casa, il sedile orizzontale e il meritato riposo. Ma prima del decollo, è d’obbligo una riflessione più ampia sulle dinamiche del nostro settore in questo 2026.
Siamo nell’era in cui i brand tecnologici spingono fortissimo sull’acceleratore della sostenibilità ambientale, vantando l’uso di materiali riciclati e la riduzione delle emissioni. Eppure, per presentare dispositivi tascabili che fisicamente si trovano già nei magazzini delle varie sedi locali in tutto il mondo, si continuano a spostare migliaia di addetti ai lavori da un continente all’altro.
Ha perfettamente senso organizzare un evento globale per la presentazione di una nuova automobile, convogliando i giornalisti verso i pochi modelli di pre-produzione esistenti. Ma per degli smartphone? Probabilmente, per quanto sia affascinante e utile fare networking, questi mega-eventi rispondono oggi più a una pura esigenza di marketing e risonanza mediatica che a una reale necessità logistica o produttiva, finendo per risultare leggermente in contraddizione con gli obiettivi di riduzione della CO2.
La tecnologia mobile ha ormai raggiunto un livello di maturità altissimo. Le rivoluzioni sono diventate affinamenti, e forse anche il modo in cui queste novità ci vengono raccontate dovrebbe iniziare a evolversi di conseguenza.