Voglio essere subito onesto con voi: questo nuovo Samsung Galaxy Watch 9 mi ha fatto arrabbiare. E il vero paradosso è che mi ha fatto infuriare proprio perché è un orologio fantastico. Ci troviamo davanti a un dispositivo che rasenta l’eccellenza in tantissimi comparti, ma che cade su una criticità che, nell’uso quotidiano, si fa sentire. Ma andiamo con ordine, perché c’è davvero tanto di cui parlare e voglio spiegarvi nel dettaglio perché questo wearable è stato croce e delizia del mio polso.
Design, comodità e un display che abbaglia
Partiamo da quello che si vede e si tocca. Samsung ha fatto un lavoro di fino sull’ergonomia. L’ho trovato sensibilmente più leggero e più comodo da indossare tutto il giorno. Pesa appena 50 grammi, si è assottigliato molto rispetto al passato e anche il cinturino è strutturato davvero bene, senza mai risultare fastidioso.
Quello che mi ha lasciato a bocca aperta, però, è lo schermo. Abbiamo a disposizione un pannello capace di spingersi fino a 3000 Nit di luminosità di picco. Sono tantissimi, e sotto la luce diretta del sole fanno una differenza abissale. In più, l’interfaccia è fluidissima, ma è proprio quando entriamo nel vivo delle funzioni che questo orologio mostra i muscoli.
Samsung Health: un capolavoro per il fitness e la salute
Sulle funzionalità legate alla salute, tanto di cappello a Samsung: qua hanno fatto un lavoro eccezionale. Parto direttamente dall’applicazione Samsung Health, che è il vero cuore pulsante dell’esperienza. L’orologio integra tutti gli allenamenti e li monitora automaticamente con una precisione invidiabile. Vi basta uscire in bicicletta o fare una camminata e lui capisce tutto da solo, facendo partire la registrazione senza che dobbiate toccare nulla.
Ma non è solo sport. I sensori a bordo sono di altissimo livello. Troviamo la lettura della frequenza cardiaca, il sensore impedenziometrico per misurare massa grassa e massa magra, l’elettrocardiogramma e persino la misurazione della pressione sanguigna. Quest’ultima avviene tramite i sensori e non con un cinturino che si gonfia, ma riesce comunque a restituire una buonissima approssimazione.
L’applicazione restituisce un “mondo di indici”. Ti avvisa se sei in linea con i tuoi obiettivi di passi, ma è di notte che fa gli straordinari. Il monitoraggio del sonno è certosino: analizza il sonno profondo, la fase REM, la latenza, calcola quante volte respirate, l’ossigenazione del sangue, la temperatura cutanea e registra persino se e quanto russate. Ti dà una fotografia clinica di quanto stai bene o male. Per darvi un’idea della precisione, ho confrontato i dati della composizione corporea con quelli della mia bilancia Garmin e i valori sono risultati davvero molto vicini. C’è anche un’ottima gestione dell’inserimento delle calorie: manca ancora un’intelligenza artificiale a cui scattare una foto del piatto per il calcolo automatico, ma il database degli alimenti è vasto e ben strutturato.
C’è anche una sezione dedicata alla salute del cuore e ai parametri vitali come la variabilità della frequenza cardiaca (dove io, devo ammetterlo, vado un po’ così così), oltre al livello di stress. Insomma, se state controllando l’alimentazione e facendo sport come sto facendo io in questo periodo, avere tutti questi risultati completi e precisi al polso è una figata pazzesca.
Esperienza smart: Wear OS, Gemini e chiamate al top
Dal punto di vista puramente “smart”, nulla da eccepire. Il sistema operativo è ovviamente Android Wear e si integra alla perfezione con app di terze parti come Strava. Possiamo scaricare tutto ciò che vogliamo dal Play Store, usare Google Maps per navigare senza avere il telefono acceso e sfruttare i pagamenti NFC (ci sono sia Google Wallet che Samsung Wallet). A proposito di pagamenti, una volta tolto dal polso l’orologio richiede intelligentemente un PIN per essere riattivato, garantendo la massima sicurezza.
La gestione delle notifiche è impeccabile: la vibrazione è ottima, si riescono a leggere i messaggi di WhatsApp, a visualizzare le immagini e a rispondere senza problemi. L’integrazione di Gemini è un altro punto a favore: si può richiamare con un movimento del polso o tenendo premuto un tasto, capisce benissimo i nostri comandi vocali e ci permette di dettare le risposte in un lampo. Anche le chiamate dal polso sono promosse, sia l’altoparlante che il microfono funzionano molto bene.
Il tallone d’Achille: autonomia e tempi di ricarica
Ed eccoci al vero, grande motivo della mia rabbia. Sotto la scocca c’è il nuovo processore Snapdragon Elite Wear. Se da un lato offre prestazioni top, dall’altro è molto energivoro. La batteria da soli 390 mAh è oggettivamente sottodimensionata per l’hardware a disposizione. Ci voleva forse un sistema a doppio processore, come fanno altri brand (uno a bassissimo consumo per lo standby e le operazioni base, e uno potente per le attività sportive), per garantire quei 3 o 4 giorni di autonomia che considero la soglia minima di sopravvivenza.
Ma il problema non è nemmeno tanto il doverlo caricare ogni giorno. La vera rottura di scatole è la lentezza esasperante della ricarica a induzione. Usando il caricabatterie dedicato Samsung ci vuole un’oretta abbondante. E se usate un alimentatore Power Delivery standard (che sia da 20W, 100W o 160W non fa differenza, i protocolli sono quelli), ci mette tranquillamente due ore.
Anche solo per fare un rabbocco “tattico” dal 20% all’80% per svangare la giornata serve almeno un’ora e un quarto. Non è il classico orologio che metti in carica mentre fai la doccia o fai colazione per poi rimettertelo al polso. I tempi sono troppo lunghi. Inoltre, quando lo togliete dalla basetta magnetica è spesso molto caldo, il che dà anche un po’ fastidio nei primissimi minuti in cui lo indossate.
Questa lentezza compromette l’esperienza utente. Visto che monitora il sonno in modo così eccellente, caricarlo di notte significa rinunciare a un buon 30-40% delle sue funzionalità di punta. Diventa davvero complicato trovare il momento giusto per alimentarlo.
Prezzo e considerazioni finali
Il Samsung Galaxy Watch 9 viene proposto a 439 euro per questa versione Bluetooth da 44 mm, che a mio avviso è la più equilibrata. Esiste la variante da 40 mm (con batteria e display leggermente più piccoli, ma autonomia dichiarata invariata) e la versione LTE, ma onestamente se andiamo ad attivare una eSIM la durata della batteria crollerebbe ulteriormente e non so se chiuderebbe la giornata.
Forse la vera soluzione sarà il modello Ultra 2, che se non ricordo male vanta una batteria da circa 800 o 900 mAh e che, facendo le dovute proporzioni, dovrebbe garantire almeno tre giorni di autonomia. Tre giorni non sono un traguardo eccezionale, ma sono già un passo avanti.
In conclusione, questo Galaxy Watch 9 sarebbe potuti essere il mio orologio definitivo. Usato in companion con uno smartphone Samsung, che ne sblocca il 100% delle funzioni, offre un’esperienza insuperabile, ma la batteria resta un grosso limite. Se la ricarica è così lenta, cade un po’ l’intero castello. Samsung ha fatto un lavoro straordinario su quasi tutto, ma sull’autonomia c’è ancora tanto da rivedere.
E voi cosa ne pensate? Siete disposti a scendere a questo compromesso per avere il top delle funzioni al polso?
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